Un’antropologa del cibo.

Perchè un antropologo non può non interrogarsi sulla biodiversità in quanto etica professionale e deontologia, in quanto strenuo assertore del relativismo culturale e della pluralità. Nello specifico il mio interesse per il cibo come fatto sociale totale nasce in Cilento, dove ho trascorso anni di ricerca sul campo per la mia tesi di laurea all’Università di Siena.

Nasce da un caciocavallo fatto con le mie mani, dalla scoperta di come si aprono i fagioli e di che cosa sono i taddi; nasce dalla raccolta dell’uva, delle olive e delle patate; nasce dal giorno in cui ho indossato una tuta gialla e mi sono avvicinata alle api, da tutti i piselli che ho tolto dal loro baccello e dal mio primo fiore di zafferano.
In questo piccolo paese dell’entroterra cilentano, Caselle in Pittari, ho imparato tutto quello che so sul mondo dell’agricoltura e dell’alimentazione, per poi iniziare la mia attività di insegnamento nelle scuole del Cilento in collaborazione con il Centro Studi sulla Dieta Mediterranea e di scrittura, con il libro Cento Volte Mezzogiorno, pubblicato in dieci puntate su Vanity Fair.

Nel 2014 ho ricevuto un riconoscimento comunale “per l’attenzione rivolta alla comunità casellese e per l’eccellente lavoro prodotto con professionalità e passione” e nel settembre 2017 ho ritirato il Premio Ritratti di Territorio Antropologia e Cibo “per l’interesse, la competenza, il linguaggio emozionale con i quali indaga e analizza il rapporto tra cibo e uomini non mettendo mai da parte l’analisi antropologica“.